C'è chi sfugge l'alterità per le problematicità che pone e chi accetta la sfida. Questo spazio virtuale è dedicato a chi cerca di vincere le proprie paure e le proprie difese e si confronta con l'altro nella convinzione che questa è la strada per diventare sempre più umano.
venerdì 30 aprile 2010
Breve analisi del fenomeno della dispersione e spazi d’intervento
Questo documento parte da una analisi dei dati relativi alla dispersione scolastica nella Provincia di Bologna per arrivare a prospettare spazi di intervento basati sulla didattica metacognitiva.
venerdì 23 aprile 2010
La didattica metacognitiva
Nella scuola è sempre più evidente il divario tra chi ha acquisito buone abilità nello studio e chi non ha gli strumenti che permettono di affrontare i compiti scolastici con successo. La didattica metacognitiva offre un approccio utile a colmare il divario.
La didattica metacognitiva
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giovedì 8 aprile 2010
LA SAGGEZZA DELLA LUMACA
Nel Breve trattato sulla decrescita serena S.Latouche (ed. Bollati Boringhieri 2008) riprende la bella metafora della lumaca di Ivan Illich per indicare un percorso alternativo a quello, molto simile ad un vicolo cieco, in cui il mito della crescita illimitata ci ha infilato.
In questa situazione, sarebbe urgente riscoprire la saggezza della lumaca. Infatti la lumaca non solo ci insegna la necessaria lentezza, ma ci impartisce una lezione ancora più indispensabile. La lumaca – ci spiega Ivan Illich – costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande. Invece di contribuire al benessere dell’animale, lo graverebbe di un peso eccessivo. A quel punto qualsiasi aumento della sua produttività servirebbe unicamente a rimediare alle difficoltà create da una dimensione del guscio superiore ai limiti fissati dalla sua finalità. Superato il punto limite dell’ingrandimento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre la capacità biologica della lumaca può seguire soltanto, nel migliore dei casi, una progressione aritmetica.Questo divorzio della lumaca dalla ragione geometrica, che per un periodo aveva anche lei sposato, ci mostra la via per pensare una società della decrescita, possibilmente serena e conviviale.
(S.Latouche 2008, pag.33)
Per Latouche l’economia della crescita illimitata ragiona in termini di progressione geometrica, sorreggendosi su tre pilastri: la pubblicità, il credito e l’obsolescenza accelerata dei prodotti. La pubblicità è lo strumento necessario per stimolare incessantemente il desiderio verso nuovi beni di consumo; il credito, invece, offre, da una parte, la possibilità di acquistare beni di consumo a coloro che altrimenti non avrebbero il reddito sufficiente e, dall’altra, permette agli imprenditori di investire anche senza disporre del capitale necessario; l’obsolescenza programmata dei prodotti, infine, è il mezzo per ricreare continuamente il bisogno di nuovi prodotti.
Il problema centrale generato da questa logica economica è che la nostra sovra-crescita si scontra con i limiti della finitezza della biosfera. La capacità rigeneratrice del pianeta terra non riesce più a seguire la domanda: l’uomo trasforma le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto la natura sia in grado di trasformare questi rifiuti in nuove risorse. A questo proposito Latouche introduce il concetto di impronta ecologica.
L’impronta ecologica
Fondamentalmente l'impronta ecologica è un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura. Essa mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della terra di rigenerarle. In parole povere, l’Impronta Ecologica misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Utilizzando l'impronta ecologica, è possibile stimare quanti pianeta Terra servirebbero per sostenere l'umanità, qualora tutti vivessero secondo un determinato stile di vita.
Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e Wlliam Rees. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell'impronta ecologica nel suo Living Planet Report. Da alcuni studi effettuati su scala mondiale e su alcuni paesi emerge che l'impronta mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale. Secondo Mathis Wackernagel, nel 1961 l'umanità usava il 70% della capacità globale della biosfera, ma nel 1999 era arrivata al 120%. Ciò significa che stiamo consumando più risorse rinnovabili di quanto potremmo, cioè stiamo intaccando il capitale naturale e nel futuro potremo disporre di meno materie prime per i nostri consumi. Nella tabella seguente sono riportati i dati relativi al alcuni paesi (per ogni paese è indicata l'impronta pro capite). Il dato va raffrontato con la biocapacità media mondiale che è di 1,78 ettari pro capite (questi dati sono tratti dall'edizione 2006 del Living Planet Report del WWF).
I.E. I.E. rispetto alla terra
Austria 4.9 -3.12
U.S.A 9.6 -7.82
Australia 6.6 -4.82
Svezia 6.1 -4.32
Canada 7.6 -5.82
Francia 5.6 -3.82
Italia 4.2 -2.42
Spagna 5.4 -3.62
Argentina 2.3 -0.52
Cina 1.6
0.18
Egitto 4.2 -2.42
Etiopia 0.8
0.98
India 0.8
0.98
Mondo1.78
Latouche così commenta i dati relativi all’impronta ecologica:
Dunque gli uomini hanno abbandonato da tempo il sentiero di una civiltà sostenibile, che richiederebbe di limitarsi a 1,8 ettari a persona, ammesso che la popolazione attuale rimanga stabile. Inoltre, questa impronta media nasconde disparità enormi… Anche se esistono differenze considerevoli di spazio bioproduttivo disponibile nei diversi paesi, siamo lontanissimi da una uguaglianza planetaria….In altre parole, l’umanità già consuma il 30% in più della capacità di rigenerazione della biosfera. Se tutti vivessero come i francesi ci vorrebbero tre pianeti e sei se tutti vivessero come i nostri amici americani. Come è possibile una situazione del genere? Lo è grazie a due fenomeni. In primo luogo, come il figliol prodigo noi non ci accontentiamo di vivere del nostro reddito ma viviamo sfruttando il patrimonio di famiglia. Bruciamo in pochi decenni quello che il pianeta ha fabbricato in milioni di anni…In secondo luogo, nel Nord noi riceviamo un’assistenza tecnica massiccia dal Sud. La maggior parte dei paesi dell’Africa consuma meno di 0,2 ettari procapite di spazio bioproduttivo, il che corrisponde ad un decimo del pianeta, e al tempo stesso ci forniscono gli alimenti per il nostro bestiame… (Ibidem, pp.35-36)
In concreto questi dati ci dicono che il sovra-consumo dei paesi privilegiati si realizza a scapito delle future generazioni e a scapito dei paesi poveri. Siamo quindi in cammino verso una strada che è paragonabile alla crescita del guscio della lumaca di una ulteriore fatidica spira che le renderà insopportabile il peso del guscio.
Il mito della crescita e le sue origini
Erich Fromm in Avere o essere ( Mondadori 1977) delinea già con lungimiranza e chiarezza il quadro generale della crisi dei valori legati al mito della crescita illimitata. Questo mito in realtà è figlio di quella che Fromm chiama la grande promessa di progresso illimitato:
La Grande Promessa di Progresso illimitato – vale a dire la promessa del dominio sulla natura, di abbondanza materiale, della massima felicità per il massimo numero di persone e di illimitata libertà personale - ha sorretto le speranze e la fede delle generazioni che si sono succedute a partire dall’inizio dell’era industriale…L’imponenza della Grande Promessa, le stupende realizzazioni materiali e intellettuali dell’era industriale, devono essere tenute ben presenti se si vuole capire l’entità del trauma che oggi è prodotto dalla constatazione del suo fallimento. È infatti innegabile che l’era industriale non sia riuscita ad esaudire la Grande Promessa, e un numero sempre crescente di persone stanno oggi assumendo coscienza di quanto segue:
• la soddisfazione illimitata di tutti i desideri non comporta il vivere bene, né è la strada per raggiungere la felicità o anche soltanto il massimo piacere.
• il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando abbiamo cominciato ad aprire gli occhi e a renderci conto che siamo tutti divenuti ingranaggi della macchina burocratica, e che i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dall’industria e dai mezzi di comunicazione di massa controllati dagli uni e dall’altra.
• il progresso economico è rimasto limitato ai paesi ricchi, e lo iato tra nazioni ricche e nazioni povere si è più che mai ampliato.
• lo stesso progresso tecnico ha avuto come conseguenza il manifestarsi di pericoli ecologici e di rischi di conflitti nucleari, e sia gli uni che gli altri, agendo isolatamente o insieme, possono metter fine all’intera civiltà e forse anche alla vita tutta quanta.
(Fromm 1977, pp.13-15)
La crisi dell’idea di progresso illimitato, tipica della modernità, dove il futuro è promessa, ha lasciato il posto alla percezione del futuro come minaccia, una percezione diffusa che ha una ricaduta anche sul piano dei vissuti personali.
Nel saggio L’epoca delle passioni tristi Benasayag e Schmit (Feltrinelli 2005), filosofo e psicoanalista il primo, psicoanalista e psichiatra il secondo, rifacendosi alla lezione di Freud contenuta in Il disagio della civiltà, ipotizzano che le patologie degli individui non possano essere comprese se non all’interno della crisi generale della società e della cultura. È il tema della fine della modernità.
Si può affermare, citando Foucault, che l’epoca dell’uomo è tramontata. Potremmo anche parlare della fine della modernità o della rottura dello storicismo teleologico, del venir meno cioè di quella credenza che stava a fondamento delle nostre società e che si manifestava nella speranza di un futuro migliore e inalterabile: una sorta di messianismo scientifico che assicurava un domani luminoso e felice come una terra promessa…Qui ci interessa affrontare il problema in modo molto concreto, cercare di capire come qualcosa di apparentemente esterno alla nostra esistenza possa avere un forte impatto sulla nostra quotidianità…proviamo a focalizzare l’attenzione su un tema che ci sembra centrale e che consente immediatamente di comprendere questa crisi dell’interiorità originata dall’esterno: il modo in cui l’uomo d’oggi vive e percepisce il tempo, il suo tempo. Tale percezione è profondamente segnata da quello che potremmo definire cambiamento di segno del futuro…Assistiamo, nella civiltà occidentale contemporanea, al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro…Credevamo con forza che saremmo riusciti a “spiegare le leggi di natura”, e quindi a modificare quel che ci sembrava difettoso. Ciò che si ignorava riguardo alle malattie era considerato in biologia non ancora conosciuto…In questa sfumatura del “non ancora” risuonava la speranza e la promessa di una realizzazione futura…La cultura occidentale si è costituita a partire da questo “non ancora” carico di promesse messianiche... L’Occidente ha fondato i suoi sogni di avvenire sulla convinzione che la storia dell’umanità sia inevitabilmente una storia di progresso…Oggi c’è un clima diffuso di pessimismo che evoca un domani molto meno luminoso, per non dire oscuro…Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie: la lunga litania delle minacce ha fatto precipitare il futuro da un’estrema positività a una cupa e altrettanto estrema negatività. Il futuro, l’idea stessa di futuro, reca ormai il segno opposto, la positività pura si trasforma in negatività, la promessa diventa minaccia. (Benasayag, Schmit 2005, pp.17-20)
Queste considerazioni possono essere meglio comprese se si fa riferimento alle due concezioni del tempo che il pensiero filosofico ci ha consegnato: la concezione lineare e quella circolare. L’idea di un tempo lineare che si può rappresentare come una retta proiettata verso l’infinito, si caratterizza per una visione in cui il passato è negatività, il presente è il momento del suo superamento e il futuro è terra promessa. Leggiamo in proposito cosa dice Umberto Galimberti nella sua rubrica sul supplemento di Repubblica (21/02/2009):
La visione cristiana del mondo prevede che il passato sia male (peccato originale), il presente redenzione e il futuro salvezza. Allo stesso modo la scienza concepisce il passato come male (ignoranza), il presente come ricerca e il futuro come progresso. Ma anche il marxismo ritiene che il passato sia male (ingiustizia), il presente riscatto (rivoluzione), il futuro paradiso in terra. Anche la psicoanalisi pensa il passato come malattia, il presente come cura e il futuro come guarigione. La visione del mondo cristiana ha pervaso col suo ottimismo tutte le espressioni culturali dell’Occidente, che dunque è cristiano non solo nelle sue radici, ma anche nell’albero, nei rami e nelle foglie. Ma, come ci ha avvertito Nietzsche, oggi “Dio è morto”, nel senso che un tempo c’era e creava mondi…e ora non c’è più perché il mondo accade come se Dio non fosse…Con la morte di Dio è finito in Occidente l’ottimismo cristiano…L’ottimismo che il cristianesimo aveva profuso nella cultura dell'Occidente si è estinto, e al suo posto è subentrato il nichilismo…Infatti nell’orizzonte dispiegato dalla tecnica, che tende solo al suo autopotenziamento, possiamo parlare di “sviluppo” che è una dimensione quantitativa, ma non di “progresso” che fa riferimento al miglioramento qualitativo della condizione umana. Il risultato è che noi oggi non viviamo più l’ottimismo cristiano e…ci concentriamo su un presente che non guarda il futuro, perché lo intravvede non più come una promessa, ma come una minaccia, da cui distoglie lo sguardo, come sempre accade di fronte a ciò che non si riesce a controllare e soprattutto che non riesce più ad accogliere la nostra speranza di riscatto, di salvezza, di progresso, di salute.
Non a caso Galimberti cita Nietzsche. È a lui che dobbiamo la ripresa della concezione circolare o ciclica del tempo, che echeggia una visione del tempo propria non solo del pensiero greco, ma anche di quello orientale (induismo e buddismo). La nascita di Nietzsche filosofo è segnata proprio dall’intuizione della circolarità del tempo, intuizione avuta nel 1881 durante una passeggiata in Alta Engadina, In Così parlo Zarathustra si legge: “Tutto va avanti, tutto ritorna indietro: eternamente ruota la ruota dell’essere”. Nietzsche, così, lascia alle proprie spalle non solo la visione rettilinea del tempo inaugurata dal pensiero ebraico-cristiano, ma anche la categoria di teleologia secondo la quale il mondo ha uno scopo, che dà senso e verso cui tendere. Non c’è un fine che trascende l’uomo. Il fine e il senso vanno trovati nell’uomo e nel presente.
La decrescita serena
La decrescita, all’interno del paradigma della crescita, è vista solo come una iattura da scongiurare. Nel saggio I miti del nostro tempo (Feltrinelli, 2009) Galimberti osserva:
Figli come siamo di padri, che a loro volta sono cresciuti sul lavoro dei nonni, siamo ormai alla terza o quarta generazione che cresce con un ritmo che la storia non ha mai conosciuto.. La categoria della crescita è così diventata una forma mentis, uno stato d’animo, un rimedio all’angoscia, una garanzia per sé e per i propri figli, una caparra per il futuro, per cui, se per effetto di Maastricht, se per mettere in ordine i conti, se per una finanziaria dura, se per i giochi spericolati della finanza internazionale questa speranza nella crescita si affievolisce accade una paralisi del pensiero, una confusione del sentimento, un’ansia per il futuro, un senso di inquietudine come quando sugli aerei s’infila un vuoto d’aria e, tutti composti, ostentiamo quella tranquillità smentita dai brividi del nostro ventre, che però avvertiamo solo noi.
E così ciascuno per sé sente il brivido della “crescita zero” o addirittura della “decrescita”…
Il tema della decrescita serena, così, può essere considerato solo se cambiamo paradigma e inquadriamo questo concetto all’interno di una diversa cornice di pensiero. Così, Latouche, nel saggio già citato, spiega il concetto di decrescita serena:
La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obbiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità…Per noi la decrescita non è la crescita negativa, ossimoro che rispecchia alla perfezione il dominio dell’immaginario della crescita. Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nello sgomento, aumenta i tassi di disoccupazione e precipita l’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare quale catastrofe provocherebbe un tasso di crescita negativo! Come non c’è niente di peggio di una società del lavoro senza lavoro, non c’è niente di peggio di una società della crescita in cui la crescita si rende latitante. Questo regresso sociale e civile è esattamente quel che ci aspetta se non cambiamo la nostra direzione di marcia. Per tutte queste ragioni, la decrescita è concepibile soltanto all’interno di una <
(Latouche 2008, pp.17-19)
Siamo davanti all’alternativa che l’economista Kenneth Boulding definiva la scelta tra l’economia del cow boy, fondata sulla rapina e il saccheggio delle risorse naturali, e l’economia del cosmonauta per il quale la terra è una nave spaziale unica, sprovvista di risorse illimitate, nel senso dell’impossibilità di attingere risorse all’infinito e dell’impossibilità di sostenere una crescente mole di rifiuti inquinanti. Boulding concludeva dicendo che chi crede sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o un economista.
Le otto R della decrescita
Ma quali sono le proposte della decrescita? Latouche le riassume in modo efficace da punto di vista comunicativo con le otto R:
…la grande trasformazione necessaria per la costruzione di una società autonoma di decrescita può essere rappresentata come l’articolazione di otto cambiamenti interdipendenti che si rafforzano reciprocamente. Si può sintetizzare l’insieme di questi cambiamenti in un circolo virtuoso di otto R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi otto obiettivi interdipendenti possono innescare un processo di decrescita serena, conviviale e sostenibile.
Vediamo quindi ora di approfondire il significato di queste otto R per ricostruire il senso del discorso sulla decrescita di Latouche.
Rivalutare
Noi viviamo in società basate su vecchi valori borghesi: onestà, servizio dello stato, trasmissione del sapere, lavoro ben fatto ecc. Eppure, <<è sotto gli occhi di tutti che questi valori sono diventati vuoti simulacri (…), quel che conta è solo quanto denaro avete intascato, poco importa come, e quante volte siete comparsi in televisione>> (cit. di C,Castoriadis Les Carrefours du labyrinthe vol.4 Le Seuil. Paris 1996, p.68). Per dirla in altre parole, con Dominique Belpomme, gli "indumenti intimi del sistema rivelano megalomania individualistica, rifiuto della morale, ricerca della comodità, egoismo." Si possono dunque vedere immediatamente i valori da rivendicare, quelli che dovrebbero avere oggi la meglio sui valori dominanti. L’altruismo dovrebbe prevalere sull’egoismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero e l’ethos del gioco sull’ossessione del lavoro, l’importanza della vita sociale sul consumo illimitato, l’autonomia sull’eteronomia, il gusto della bella opera sull’efficienza produttivistica, il ragionevole sul razionale, il relazionale sul materiale ecc.
Rivalutazione quindi come rovesciamento dei valori dominanti, dove l’alternativa di fondo sembra echeggiare quella tra avere o essere di cui ha parlato magistralmente Fromm nel saggio già citato. Mettendo a confronto uno haiku di Basho, poeta giapponese vissuto nel XVII secolo, e una poesia di Tennyson, poeta inglese del XIX secolo, Fromm nota come nello haiku traspaia la gioia del solo guardare attentamente il fiore ( è uno sguardo che porta ad identificarsi con il fiore e a godere della sua vita), mentre nella poesia di Tennyson il fiore non può essere semplicemente contemplato, deve essere strappato così da poterlo tenere in mano (il possesso a costo della vita del fiore). Fromm chiarisce cosa significa per lui essere:
Con "essere"intendo quell’atteggiamento esistenziale in cui non si ha nulla né si aspira ad avere alcunché, ma si è in una condizione di gioia, si usano le proprie facoltà in maniera creativa, si è tutt’uno con il mondo.
(Fromm 1977, pag. 36)
La gioia dell’essere, quindi, deriva semplicemente dal realizzare se stessi – la propria fioritura – e dal sentirsi in relazione con il mondo. L’avere, invece, assume un carattere predatorio: non ci si limita a guardare il fiore, lo si deve strappare per entrarne in possesso.
La seconda R proposta da Latouche è riconcettualizzare:
Il cambiamento dei valori dà luogo a una visione diversa del mondo e dunque a un altro modo di vedere la realtà. Riconcettualizzare, o ridefinire/ridimensionare, è essenziale per esempio per i concetti di ricchezza e di povertà, ma anche per il binomio infernale, fondatore dell’immaginario economico, rarità/abbondanza, che è necessario decostruire con la massima urgenza. Come hanno perfettamente indicato Ivan Illich e Jean-Pierre Dupuy, l’economia trasforma l’abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione. Ultima illustrazione del fenomeno: dopo la privatizzazione dell’acqua, l’appropriazione degli organismi viventi, in particolare con gli OGM. In questo modo i contadini vengono espropriati della fecondità naturale delle piante a vantaggio delle imprese agroalimentari.
(Latouche 2008, pp.46-47)
La terza R è ristrutturare, intendendo con questo termine l’adeguamento dell’apparato produttivo e i rapporti sociali al cambiamento dei valori.
La quarta R è ridistribuire: questa ridistribuzione riguarda sia i rapporti tra Nord e Sud sia il rapporto tra diverse generazioni. Come abbiamo detto parlando dell’impronta ecologica, il nostro sovra-consumo attuale lo paghiamo a spese del Sud del mondo e delle generazioni future.
La quinta R è rilocalizzare:
Rilocalizzare significa evidentemente produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente. Tutte le produzioni realizzabili su scala locale per bisogni locali dovrebbero dunque essere realizzate localmente. Se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e di capitali devono essere limitati all’indispensabile. D’altra parte, in un’ottica di costruzione di una società di decrescita serena, la rilocalizzazione non è soltanto economica. Sono anche la politica, la cultura, il senso della vita che devono ritrovare un ancoraggio territoriale. Questo implica che qualsiasi decisione economica, politica o culturale che può essere presa a livello locale deve essere presa a tale livello.
(Ibidem, pp.49-50)
La sesta R è ridurre, che per Latouche significa diminuire l’impatto sulla biosfera provocato dal sovraconsumo dei paesi privilegiati. La bulimia di una parte del mondo, dove il pieno di consumi nasconde il vuoto dell’essere, ha un prezzo troppo alto per tutti.
La settima-ottava R sono riutilizzare/riciclare: il tema del riutilizzare/riciclare ormai è entrato anche nell’agenda di grandi imprese come la BASF (ha creato un tessuto in fibra di nylon riciclabile indefinitamente) o la Xerox (le fotocopiatrici sono concepite come assemblaggio di componenti che possono essere riciclati al termine della vita della macchina). La volontà politica di andare in questa direzione, invece, è ancora debole.
Latouche, dopo aver esposto in forma sintetica le sue otto R, sottolinea che:
Si può dire che le otto R sono tutte egualmente importanti. Tuttavia tre hanno un ruolo strategico: la rivalutazione, in quanto presiede a qualsiasi cambiamento; la riduzione in quanto sintetizza tutti gli imperativi pratici della decrescita; e la rilocalizzazione, in quanto riguarda la vita quotidiana e il lavoro di milioni di persone. La rilocalizzazione occupa dunque un posto centrale nell’utopia concreta e può essere declinata pressoché immediatamente in programma politico. Si può dire che la decrescita rinnovi la vecchia formula degli ecologisti: pensare globalmente, agire localmente. Infatti, se l’utopia della decrescita implica un pensiero globale, la sua realizzazione può essere avviata solo sul campo.
(Ibidem, pp.56-57)
L’analisi del voto regionale
La parola chiave rilocalizzazione indica credo una direzione di senso ormai avvertita acutamente nel quadro della politica italiana. Il successo di partiti come la Lega Nord, fortemente radicati nel territorio e tendenzialmente federalisti, lo testimonia. Riprendo a questo propositi alcune considerazioni sulle recenti elezioni regionali svolte in un articolo dal titolo LE RAGIONI DELL'ASTENSIONE.
L’astensionismo effettivo insieme alle schede bianche o nulle rappresenta il 40% dell’elettorato, il primo partito italiano. Cosa significa? La disaffezione verso i grandi partiti, l’affermazione di Lega Nord e del Movimento 5 stelle sono fenomeni eterogenei? A mio avviso, la risposta è che questi fenomeni debbano essere compresi all’interno di uno stesso quadro.
Nel voto del sud e in quello per la Lega Nord si può leggere un bisogno di vicinanza e radicamento nel territorio che in sé è una spinta indispensabile per bilanciare i processi legati alla globalizzazione. D’altra parte, l’affermazione dei grillini, oltre a canalizzare la rabbia diffusa verso la “grande politica”, risponde al bisogno di parlare di temi urgenti e concreti (ad esempio la ripubblicizzazione dell’acqua, la raccolta differenziata…).
Siamo in presenza di una crisi sempre più profonda del principio di rappresentanza, vissuta come cambiale in bianco verso politici che una volta raggiunto il loro spazio di potere si dimenticano del cittadino, almeno per il tempo della legislatura. Torneranno poi a bussare alla porta di casa dopo cinque anni alla fine del mandato.
Se davvero la politica vuole ritrovare un senso, deve radicarsi nei territori, ascoltare i bisogni e provare a dare risposte…
Il bisogno di radicamento nel territorio, di vicinanza della politica al cittadino andrebbe agganciato per portarlo verso altri esiti che non siano il ringhioso razzismo della Lega.
Se ci si pone l’obiettivo di costruire l’alternativa si deve coltivare una visione politica alternativa: non è più tempo di tatticismi o di prudente navigazione a vista.
sabato 3 aprile 2010
LE RAGIONI DELL'ASTENSIONE

L’analisi del voto delle elezioni regionali dice che il vero vincitore è stato l’astensionismo, che ha colpito equamente destra e sinistra. La Lega, allo stesso tempo, ha tenuto, risultando così percentualmente più forte. In Emilia Romagna lo sfondamento della Lega è un dato che balza agli occhi: più 165% rispetto alle precedenti regionali del 2005. Certo, in Emilia Romagna il Carroccio è arrivato più tardi che nel Lombardo-Veneto, ma 180 mila voti in più, come registrano i ricercatori dell'istituto Cattaneo, non sono pochi. Al contrario i maggiori partiti protagonisti del bipolarismo, vale a dire il Pdl e il Pd arretrano rispetto alle regionali di cinque anni fa. Il partito di Berlusconi in Emilia Romagna perde il 16% del suo elettorato, vale a dire 99 mila voti, mentre il Pd ne lascia sul campo il 22% pari a 239 mila voti. Nelle regioni in cui si è presentato, inoltre, il movimento dei grillini ha ottenuto consensi insperati. In Emilia Romagna, la lista Grillo ha intercettato gli scontenti di sinistra, in parte rinunciatari al voto (l'Emilia è terza per incremento dell'astensionismo), al punto da spingere fino al 6% la lista «Movimento cinque stelle» in regione. Sono fenomeni disomogenei che non possono essere accostati o sono parte di un medesimo processo di cambiamento? La mia impressione è che questi fenomeni facciano parte di uno stesso fenomeno che possiamo definire genericamente disaffezione verso la politica rappresentata dai grandi partiti. È, a mio avviso, evidente una diffusa stanchezza verso l’autoreferenzialità della politica, in grado di parlare di vicende interne alla politica ma non dei problemi che riguardano i cittadini.
Leggiamo in proposito l’analisi di Mannheimer sul Corriere della Sera:
Il forte decremento nella partecipazione elettorale costituisce senza dubbio uno degli esiti più rilevanti - se non il più importante, almeno come indicatore di fenomeni sociali sottostanti - di queste elezioni regionali. Il calo complessivo della quota di votanti è uno dei più elevati riscontrabili negli ultimi dieci anni: anche l'ampiezza del fenomeno indica la sua importanza e, al tempo stesso, la sua complessità…Le motivazioni principali sottostanti all'incremento della diserzione dalle urne sono legate soprattutto ad un allontanamento dalla politica. Si tratta, in molti casi, di un accresciuto distacco da questa ultima, sentita sempre più come lontana (e talvolta irrilevante) dalla vita di tutti i giorni. Ma buona parte delle astensioni sono dettate, viceversa, da un atteggiamento di grande interesse alla politica..., cui si accompagna però un' altrettanto sensibile disaffezione verso i suoi protagonisti, leader o partiti… Il tramutarsi di questo generale distacco dalla politica in esplicito comportamento astensionista è stato in parte frenato da almeno due fattori, che emergono chiaramente dall'analisi territoriale del «non voto»…In questo quadro di calo generalizzato, si riscontra una importante e significativa differenziazione. Il calo di votanti è infatti tendenzialmente più alto nelle regioni centrali e settentrionali rispetto alla gran parte delle regioni meridionali (con l' eccezione parziale della Puglia)... La spiegazione sta nel fatto che nel meridione è più diffuso il voto «micropersonale» (diverso da quello «macropersonale» diretto ai grandi leader politici) discendente dalla fitta rete di rapporti e di interessi interpersonali che domina la vita politica in quelle regioni e che porta, ad esempio, ad un uso molto maggiore del voto di preferenza. In questo contesto, insomma, la disaffezione verso la «grande» politica appare in una certa misura compensata dal mantenimento dell' interesse nei confronti della «micro» politica, esercitata dai singoli individui e dai candidati. Vi è un secondo fattore che ha spinto parte del più ampio trend sociale di disaffezione verso l' esercizio del voto valido. Si tratta della presenza di partiti la cui natura e la cui comunicazione riescono ad attrarre il malcontento nei confronti della politica. Il principale beneficiario di questo fenomeno appare, in questo momento, la Lega Nord... Anche il successo relativo della lista «Cinque Stelle» ispirata da Beppe Grillo è, tra gli altri, dovuto all' intercettazione «antipolitico». Se non ci fossero stati questi elementi, forse, la trasformazione della forte insoddisfazione presente nel paese in astensionismo sarebbe stata ancora maggiore.
Un caso clamoroso, poi, è quello di Bocchigliero, dove oltre il 97% degli elettori non ha votato. Un episodio isolato? Si, ma forse anche un segnale anticipatore… L’astensionismo effettivo insieme alle schede bianche o nulle rappresenta il 40% dell’elettorato, il primo partito italiano. La disaffezione verso i grandi partiti, l’affermazione di Lega Nord e del Movimento 5 stelle, quindi, sono fenomeni eterogenei e non accostabili? A mio avviso, la risposta è che questi fenomeni debbano essere compresi all’interno di uno stesso quadro.
Nel voto del sud e in quello per la Lega Nord si può leggere un bisogno di vicinanza e radicamento nel territorio che in sé è una spinta indispensabile per bilanciare i processi legati alla globalizzazione. Dall’altra l’affermazione dei grillini, oltre a canalizzare la rabbia diffusa verso la “grande politica”, risponde al bisogno di parlare di temi urgenti e concreti (ad esempio la ripubblicizzazione dell’acqua, la raccolta differenziata…).
Siamo in presenza di una crisi sempre più profonda del principio di rappresentanza, vissuta come cambiale in bianco verso politici che una volta raggiunto il loro spazio di potere si dimenticano del cittadino, almeno per il tempo della legislatura. Torneranno poi a bussare alla porta di casa dopo cinque anni alla fine del mandato.
Se davvero la politica vuole ritrovare un senso, deve radicarsi nei territori, ascoltare i bisogni e provare a dare risposte.
Per quanto riguarda la sinistra, poi, credo sia necessario che una forza realmente alternativa trovi un’anima e sappia elaborare un pensiero critico rispetto al neoliberismo imperante. Non basta pensare a piccoli aggiustamenti di un sistema che fa acqua da tutte le parti, a risanare i bilanci etc.
Il bisogno di radicamento nel territorio, di vicinanza della politica al cittadino andrebbe agganciato per portarlo verso altri esiti che non siano il ringhioso razzismo della Lega. In questo l’orizzonte di senso e di cambiamento disegnato dai teorici della decrescita (per i quali la rilocalizzazione è fondamentale) va nella giusta direzione. Latouche in “Breve saggio sulla decrescita felice” presenta dati e proposte illuminanti che una sinistra in crisi di idee dovrebbe saper cogliere. Quando si parla di antiberlusconismo come collante della sinistra, purtroppo non si è molto lontani dalla verità. Qual è l’anima della sinistra? Qual è la sua idea di alternativa? Purtroppo si fa molta fatica a dare risposta a queste domande: l’identità è debole e altrettanto lo sono le idee, spesso assenti.
domenica 28 marzo 2010
Il diritto del più forte

Il risultato delle elezioni regionali richiede uno sforzo di comprensione di ciò che si agita sotto la superficie dei fenomeni, almeno per come vengono rappresentati da quel mediatore che sono i mass media.
Ingenuamente molti si attendevano che la miriade di processi e scandali che hanno travolto il centrodestra e i suoi leaders, minandone la credibilità da un punto di vista etico, avrebbe condotto ad esiti disastrosi per questa parte politica. Così non è stato. Quali le ragioni?
Chi ha pensato ad un tracollo del centrodestra sostanzialmente riponeva fiducia in un principio di legalità, che può essere sintetizzato con la lapidaria massima presente in ogni tribunale “la legge è uguale per tutti”. Questa fede ha radici antiche e nobili. Nella cultura greca il principio di legalità era così forte che Socrate preferì bere la cicuta e morire piuttosto che salvarsi e invalidare le leggi della città.
La legge della città è ciò che normalmente consente una convivenza civile. Al di fuori della legge, direbbero i contrattualisti come Hobbes, c’è lo stato di natura, la lotta di tutti contro tutti. Il Nomos, la legge, vive in un costante rapporto dialettico con il diritto di natura, la Physis. Talvolta questa dialettica, però, non ha possibilità di sintesi superiore, di superamento: nell’Antigone Creonte emana l’editto, legge della città, con cui s’impedisce la sepoltura di Polinice, negando il diritto “naturale” di Antigone a rendere le debite onoranze funebri al fratello.
La legge della città e il diritto di natura. Sofisti come Crizia interpretarono la Physis come diritto del più forte, rivendicando il potere dell’aristocrazia. Il diritto “naturale” del più forte non conosce leggi, regole: è il più forte che fa e disfa le regole, in relazione ai propri interessi.
Attualizziamo il tema “leggi e diritto del più forte”, leggendo in proposito l’analisi di Franco Berardi sul Manifesto:
La critica al regime berlusconiano non sempre riesce a cogliere il carattere barocco del neoliberismo italiano. Un sistema economico, sociale e culturale che è riuscito a tradurre la deregulation e la legge del più forte a norma dominante.
Negli ultimi mesi la protesta contro il regime berlusconiano ha raggiunto toni quasi patetici. Si parla di crisi del berlusconismo come per esorcizzare la realtà di una perfetta corrispondenza tra la corruzione del ceto politico-imprenditoriale e il cinismo diffuso nella società. Ma la crisi dove sarebbe? L'escalation di arroganza non è segno di una crisi, direi, ma del suo contrario: è segno della stabilizzazione di un sistema che non ha più bisogno di legge perché basta la legge del più forte per regolare le relazioni di precarietà, sfruttamento e schiavismo nel campo del lavoro e della vita quotidiana.
Quanto più evidente è il disprezzo del ceto al potere per la legge e le regole, tanto più la protesta si concentra sulla difesa della legalità. Il problema è che la legge e le regole non valgono niente quando non esiste la forza per renderle operanti. E dove sta la forza, cos'è la forza in un sistema centrato sulla produzione mediatica della coscienza?...
Forse occorrerebbe smetterla di considerare il caso italiano come un'anomalia: al contrario è l'esempio estremo degli effetti prodotti dalla deregulation, fenomeno mondiale che distrugge prima di tutto ogni regola nel rapporto tra lavoro e capitale...
Questo è accaduto, in tutto il mondo non solo in Italia dal momento in cui le politiche neoliberiste hanno occupato la scena. Il principio della scuola neoliberale, la deregulation che ha distrutto i limiti legali e politici all'espansione capitalista non può intendersi come un mutamento puramente politico…
Il mercato del lavoro globale diviene il luogo della pura legge della violenza, della sopraffazione. Non si tratta più di semplice sfruttamento, ma di schiavismo, di violenza pura contro la nuda vita, contro il corpo indifeso dei lavoratori di tutto il mondo. La violenza è diventata la forza economica prevalente nell'epoca neoliberista…
La violenza è la forza regolatrice dell'economia semiocapitalista, perciò non é contrastabile con i richiami alla legalità e alla moralità…
Le regole che i legalisti rivendicano sono decaduti nella cultura e nel lavoro. Occorre liberare la società dal legalismo, perché la società cominci a non rispettare le regole del semiocapitale, a essere autonoma nella post-legalità che il Semiocapitale ha istituito. Ciò che occorre alla società è la forza per non rispettare le regole non scritte che il capitalismo ha imposto, e per affermare un altro modo di vita, una nuova solidarietà del lavoro. Allora, nel campo senza regole del semiocapitalismo, la società potrà affermare i suoi bisogni e soprattutto le sue potenzialità. Difendere la legge diviene un lavoro risibile, quando il potere dichiara ogni giorno nei fatti che quelle regole non contano più niente. Solo a partire dall'abbandono di ogni illusione legalista sarà possibile creare autonomia sociale, essere all'altezza (o se si preferisce alla bassezza) della sfida che il semiocapitale ha lanciato.
La “legge uguale per tutti” quindi è impotente, non riesce più a regolare la convivenza civile: vige la legge del più forte. Sembra quasi che la metafisica Volontà di potenza di Nietzsche sia il vero motore di questa svolta del mercato, una volontà che vede la politica prona davanti agli interessi di mercato e finanza.
In questo quadro l’attacco costante di Berlusconi alla magistratura, amministratrice delle leggi, trova la sua ragion d’essere. La fortuna di Berlusconi, frutto di corruzione, evasione fiscale e riciclaggio di denaro della mafia, costituisce la prova lampante di un diritto che s’afferma nello spregio di qualsiasi regola, di qualsiasi legge. L’anomalia italiana, se vogliamo, sta nel fatto che questa volontà di potenza della finanza e dell’economia si è esibita sulla scena della politica in prima persona, senza intermediari.
L’ideologia neoliberista con il mito della crescita infinita che l’accompagna, non tollera alcun limite, non tollera il vincolo delle leggi. La crescita è un fine in sé, un fine a misura dei pochi che affamano il resto del mondo.
Come dice Galimberti nel suo I miti del nostro tempo a proposito del mito della crescita:
Oggi di fronte alla tecnica e all’economia globalizzata, la politica…appare come un sovrano spodestato che si aggira tra le mappe dello Stato e della società civile rese inservibili, perché più non rimandano alla legittimazione della sovranità. Rispetto all’età di Platone, infatti l’incremento quantitativo delle tecniche di produzione al servizio di un’economia che ha in vista solo la crescita infinita ha prodotto quel capovolgimento per cui sono l’economia, e il lavoro che la alimenta, a decidere quali spazi concedere alla politica, e se concederli.
Ne consegue che la regia della storia oggi non è più nelle mani della politica, che nella città ideale di Platone è interprete dell’etica e, in vista del bene comune, determina gli scopi a cui deve subordinarsi il lavoro degli uomini, ma è nelle mani dell’economia il cui fare, regolato dalla ragione strumentale che prevede il minimo impiego di mezzi per il massimo conseguimento dei risultati, ha subordinato a sé l’agire, ossia la scelta dei fini a cui da sempre sono deputate l’etica e la politica, a cui spetta decidere quale orientamento dare al “fare”, e quali azioni politiche sono da “fare”.
(U.Galimberti 2009, pp.284-285)
Così le decisioni che contano non sono prese dalla politica e non rispondono ad un’etica. Siamo al ribaltamento dell’imperativo categorico kantiano che pone l’interrogativo razionale se la massima che ispira le proprie azioni possa diventare o meno legge valida universalmente. È l’interesse del più forte, il privilegio di pochi, a diventare legge, appropriandosi dei territori dell’etica e della politica.
Ma a questo punto ci si può domandare, perché questo diritto di pochi ottiene il consenso di molti. Chi evade le tasse, chi pratica la corruzione e il malaffare ha evidenti interessi a sostenere questo diritto, al di fuori della legalità. Ma il cittadino qualunque? Per provare a rispondere mi sembra utile il parallelo con il mondo del mercato e dei consumi. Come si fa convincere i consumatori all’acquisto di beni di cui non si percepisce un effettivo bisogno? Si produce anche il bisogno! Il sistema produttivo, cioè, non produce solo merci, ma anche il loro bisogno e lo fa costruendo le micronarrazioni mitiche della pubblicità, con le loro promesse di felicità.
Come spiega Marx nell’ Ideologia tedesca esiste sempre un rapporto tra classe dominante e idee dominanti:
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale.
L’interesse dei pochi e l’ideologia neoliberista che ne è il corollario sul piano delle idee, richiede bisogni perennemente insoddisfatti, bisogni da produrre e ricreare di continuo. Ha bisogno, quindi, di consumatori e la pubblicità fornisce quello strumento di persuasione e seduzione indispensabile per suscitare desideri e conquistare menti. Ma la comunicazione politica è così distante da quella pubblicitaria? Proprio la parabola di Berlusconi dimostra come il successo politico dipenda sempre più dall’uso degli strumenti della comunicazione pubblicitaria e di una informazione manipolata secondo logiche pubblicitarie. Una pubblicità che teme il confronto così come si teme la pubblicità comparativa che confronta diversi prodotti. In questa chiave si può leggere la censura dei talk show come Anno Zero e Ballarò. Ciò che teme di più il potere che rivendica il diritto del più forte è da una parte la legge e dall’altra la libera informazione.
sabato 27 marzo 2010
Miti di ieri e di oggi
Il mito è innanzitutto narrazione: originariamente narrazione sulla nascita degli dei, del cosmo o dell’uomo (teogonia, cosmogonia e antropogonia). È una narrazione che cerca di spiegare la realtà, le sue radici lontane, nella forma della rivelazione: il poeta parla in nome della divinità, enunciando verità incontestabili, verità che non possono essere discusse, che chiedono di essere accolte con fiducia. Sono verità, quindi, che s’impongono con la forza di una legge di natura e, proprio come le leggi di natura, sembrano non conoscere storia, perché eternamente uguali a se stesse.
Nella storia della cultura greca il mito è quel sapere che fa da sfondo all’emergere del Logos, il discorso razionale della filosofia greca. I fisiologi ( o più comunemente presocratici) guardano la natura e cercano spiegazioni di ordine razionale, ipotizzando un principio primo (arché), non più esterno alla natura (per Talete l’arché è l’acqua, per Anassimandro è una sostanza primordiale indeterminata - apeiron -, per Anassimene l’arché è l’aria). Il trionfo del discorso razionale sarà celebrato da Platone che vede nel mito antico una sorta di favola per spiriti puerili.
Mito e logos provano a spiegare la realtà, ma le due vie sembrano correre parallele. Come dice Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia:
Per il mito non c’è realtà che non si risolva nel mondo interiore soggettivo, ampliato e proiettato verso l’esterno, così come non c’è mondo interiore, come realtà psichica del soggetto, che non sia proiettato e reificato in forma di potenze divine. La narrazione mitica vive quindi la soggettivizzazione della realtà esterna e l’oggettivizzazione del mondo interiore. Per effetto di questa saldatura, per il mito non c’è mondo che non si risolva nella visione collettiva del mondo, per cui in ogni mito è possibile leggere una determinata fase di sviluppo della coscienza sociale collettiva. In questo contesto acquista tutto il suo rilievo l’espressione di Eraclito: “Non ascoltando me, ma il logos è saggio convenire che tutto è uno” dove l’esclusione della soggettività e della manipolazione dell’interprete segna il passaggio dal mito al logos, dalla descrizione delle cose per come sono vissute da chi le narra, alla loro descrizione per come si danno.
Laddove il mito soggettivizza la realtà, proiettando e reificando il mondo interiore, il logos costituisce, invece, il tentativo di vedere la realtà nella sua oggettività, a prescindere dall’interprete. Possiamo scorgere, così, nel discorso razionale del Logos l’embrione del pensiero scientifico che vuole emanciparsi dalle affermazioni metafisiche, indimostrabili, per aderire alla realtà nella sua oggettività.
Siamo portati a pensare che il mito sia qualcosa che riguarda il pensiero primitivo, la sua coscienza ingenua, mentre la nostra cultura, radicata nel logos, è convinta di aderire alla realtà per quel che è. Ma se questa convinzione può avere valide ragioni per quanto riguarda la conoscenza della natura, non si può dire altrettanto per quanto riguarda la conoscenza della realtà sociale. Siamo davvero convinti che le nostre conoscenze relative alla realtà sociale siano fondate razionalmente e aderenti a questa realtà?
A questo proposito leggiamo un passaggio tratto da Miti d'oggi di Roland Barthes:
L'intera Francia è immersa in questa ideologia anonima: la stampa, il cinema, il teatro, la letteratura di largo uso, i cerimoniali, la Giustizia, la diplomazia, le conversazioni, il tempo che fa, il delitto che si giudica, il matrimonio a cui ci si commuove, la cucina dei nostri sogni, l'abito che si indossa, tutto, nella nostra vita quotidiana, è tributario dell'immagine che la borghesia si fa e ci fa dei rapporti tra l'uomo e il mondo.
Il "mito", in Barthes, è costituito da tutti quei significati secondi o connotazioni che poggiano sul primo livello della significazione, il livello denotativo. Così, la foto di un soldato di colore che saluta la bandiera francese può essere letta: 1) un semplice gesto di fedeltà; 2) "la Francia è un grande Impero, che tutti i suoi figli, senza distinzione di colore, servono fedelmente sotto la sua bandiera". E' questo secondo livello, per molti versi "implicito", a naturalizzare le forme e i rituali delle società borghesi contemporanee. Il mitologo deve, quindi, saper leggere questo sistema semiologico secondo in modo da evidenziarne la natura storica e ideologica.
Nel saggio intitolato Per Marx Louis Althusser spiega il concetto di ideologia in questi termini:
L'ideologia ha ben poco a che vedere con la 'coscienza' (...). Essa è profondamente inconscia (...). L'ideologia è sì un sistema di rappresentazioni, ma queste rappresentazioni non hanno il più delle volte nulla a che vedere con la 'coscienza': per lo più sono immagini, a volte anche concetti, ma soprattutto sono strutture, e come tali si impongono alla stragrande maggioranza degli uomini senza passare attraverso la loro 'coscienza'. Sono oggetti culturali percepiti-accettati-subiti che agiscono sugli uomini attraverso un processo che sfugge loro.
Tramite questo processo di naturalizzazione l'ideologia può riprodursi e dare l'impressione di essere qualcosa al di fuori della storia.
La questione cruciale, a questo punto, è capire quali ideologie specifiche prevarranno in un dato momento, in una data situazione, e di quali gruppi e di quali classi rappresenteranno gli interessi. La distribuzione del potere, infatti, non è certo omogenea.
Nell' Ideologia tedesca Marx esprime in modo chiaro il rapporto tra idee dominanti e gruppi dominanti nella società:
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale.
La validità di queste affermazioni risulta chiara se pensiamo, ad esempio, alle possibilità di accesso ai mass media. E' indiscutibile, infatti, che certi gruppi sociali siano in una posizione favorevole per produrre e diffondere le proprie definizioni del mondo.
Ritornando alla domanda sulla presunta razionalità della nostra conoscenza della realtà sociale, possiamo ora tentare una risposta.
Viviamo immersi in un complesso di idee che formano la nostra visione del mondo, idee che molto spesso diamo per scontate, come se fossero la “naturale” rappresentazione della realtà. È proprio questa naturalità ed assolutezza a renderle mitiche, indiscutibili. È necessario un processo di demitizzazione, il recupero di un pensiero critico che sappia mettere tra parentesi le idee del nostro tempo.
Galimberti nel suo bel saggio I miti del nostro tempo ci invita proprio alla cura delle idee, problematizzando le idee mito del nostro tempo. Visioni sbagliate del mondo, infatti, generano sofferenza.
mercoledì 24 marzo 2010
L'alterità: categoria fondante dell'essere
Nasciamo in rapporto con una alterità che pian piano iniziamo a riconoscere come tale. Uscire dalla simbiosi e dal narcisismo ci fa distinguere tra un fuori e un dentro, tra un Io e un Non Io. Esiste una spinta che ci fa crescere con la consapevolezza di doverci rapportare e confrontare con l'altro da sé, ma esiste anche una spinta regressiva che ci vuole riportare al narcisismo e alla simbiosi. Questa spinta regressiva può investire il gruppo di appartenenza, gruppo con il quale c'identifichiamo e misuriamo la nostra autostima: allora iniziamo a stabilire confini precisi tra ciò che è simile a noi e ciò che è diverso. Se questo confine serve a dire "Io sono questo!" è un confine utile, è il confine dell'identità, che ha bisogno, per svilupparsi, del confronto con l'altro. Talvolta, però, quando l'identità è debole e nasce la paura di perdersi nell'altro o di essere invaso dall'altro, questo confine diventa barriera difensiva, dove l'altro è nemico minaccioso, un altro da sé con cui non è possibile alcun incontro. E' il fenomeno della "coesione narcisistica": la misura del proprio essere gruppo e della sua forza sta nel contrapporsi ad altri gruppi.
In un clima culturale avvelenato dalle paure, rimanere aperti al rapporto e al confronto con l'altro da sé diventa un difficile esercizio che c'interroga continuamente sui nostri stereotipi e i nostri pregiudizi. DiversaMente vuole essere uno spazio nel quale sviluppare una riflessione su questa dimensione fondamentale dell'esistere, l'alterità, nella convinzione che imparare a rapportarsi alla differenza dell'altro costituisca l'unica prospettiva per una crescita come esseri umani. Questa differenza dell'altro si può declinare in diversi modi: la differenza di genere, la differenza etnica, la differenza dei diversamente abili. Sono questi i temi di cui questo spazio intende occuparsi, intrecciando i saperi delle Scienze Umane: filosofia, pedagogia, psicologia, etologia,antropologia, sociologia.Benvenuti!
In un clima culturale avvelenato dalle paure, rimanere aperti al rapporto e al confronto con l'altro da sé diventa un difficile esercizio che c'interroga continuamente sui nostri stereotipi e i nostri pregiudizi. DiversaMente vuole essere uno spazio nel quale sviluppare una riflessione su questa dimensione fondamentale dell'esistere, l'alterità, nella convinzione che imparare a rapportarsi alla differenza dell'altro costituisca l'unica prospettiva per una crescita come esseri umani. Questa differenza dell'altro si può declinare in diversi modi: la differenza di genere, la differenza etnica, la differenza dei diversamente abili. Sono questi i temi di cui questo spazio intende occuparsi, intrecciando i saperi delle Scienze Umane: filosofia, pedagogia, psicologia, etologia,antropologia, sociologia.Benvenuti!
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