sabato 22 maggio 2010

Dialogo interculturale


Al festival delle culture “Divercity” il 21 maggio è intervenuto Arrigo Chieregatti con una lectio magistralis (purtroppo con poco seguito di pubblico!) sul tema “Abitare le strade del cambiamento tra vecchi e nuovi cittadini”.
Per chi non lo conoscesse Don Arrigo Chieregatti è parroco di Pioppe, un paese vicino a Marzabotto, uno di quei sacerdoti che riconcilia con il cristianesimo (chi parla è buddista da 24 anni…). Laureato in Filosofia e Teologia e specializzato in Psicologia, insegna da diverso tempo presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna.
L’intercultura è uno degli ambiti di cui si è più occupato: a titolo d’esempio cito il saggio scritto insieme ad Andrea Canevaro (La relazione d’aiuto. L’incontro con l’altro nelle professioni educative, Carocci, 1999), in cui Chieregatti parla del rapporto con il “diverso”; la razza e il razzismo, il rapporto tra culture, il pluralismo.
Ma il suo non è un interesse puramente teorico: Don Arrigo è uomo che ha viaggiato molto, che si è interessato profondamente di culture altre, imparandone talvolta la lingua (nella sua lezione, cita spesso i suoi viaggi in Oriente, in particolare in Cambogia e Vietnam). A proposito della lingua, è partito da una considerazione di carattere personale: per lui imparare un’altra lingua è stato un evento che l’ha trasformato, l’ha reso diverso e ha cambiato i suoi pensieri; per questo nell’accogliere gli stranieri sarebbe auspicabile non chiedere solo agli stranieri d’imparare l’italiano, ma coltivare una disponibilità verso l’altro che comprende imparare le altre lingue. Si, perché dialogo è confronto tra pari, dove entrambe le parti parlano e ascoltano, altrimenti è monologo. Così il dialogo interculturale dovrebbe partire da questo rispetto per la cultura altra, evitando la tentazione dell’assimilazione, per la quale il confronto è possibile solo se si è simili: il tentativo, allora, è quello di rendere l’altro come me, chiedendo il sacrificio dell’altra cultura.
Nel dialogo bisogna sempre tener presente che ognuno può imparare dall’altro; è necessario un confronto che va oltre la presunzione pedagogica di avere solo da insegnare. Sappiamo, come la visione moderna e positivistica del progresso, abbia portato la nostra cultura a nutrire un atteggiamento di presunzione e arroganza verso le culture da noi definite “primitive”. Questa presunzione ha fornito spesso l’alibi per il colonialismo: abbiamo portato il “progresso” (oggi più spesso vogliamo esportare con la guerra la “democrazia”), stuprando uomini, donne, territori e culture.
Un esempio eclatante del nostro etnocentrismo, citato da Don Arrigo, è la Carta dei Diritti Umani:
"La conosciamo bene? Sappiamo quanti articoli sono? Conosciamo il contenuto?" il pubblico in sala risponde di 'no'. "Ve lo chiedo perché spesso la celebriamo senza conoscerne i contenuti, acriticamente. È un atteggiamento ideologico, perché non c’importa cosa c’è scritto: va difesa a prescindere! Forse non tutti sanno che esiste un’altra Carta dei Diritti Umani, quella dei diritti dei popoli africani; oppure ignorano la Carta dei Diritti dei popoli arabi, quella dei diritti dei popoli islamici…e potrei continuare. Perché solo nella nostra c’è scritto 'universale'? Immaginate cosa sarebbe successo se gli islamici avessero scritto 'Carta Universale'…
'Universale' vuol dire per tutti, quindi la nostra Dichiarazione può suonare come una imposizione, non rispettosa delle altre culture…”.
Don Arrigo, con un filo di ironia, poi nota come in Oriente, nei paesi da lui visitati, è comune parlare degli occidentali chiamandoli “gli sviluppatori”!
“Progresso”, “sviluppo”, “crescita” sono concetti molto vicini, tutti figli della stessa ideologia scientista dal punto di vista epistemologico (l’unico vero sapere è quello scientifico connotato in senso sperimentale) e dell’ideologia capitalista dal punto di vista dell’economia (l’imperativo categorico della crescita del PIL, dei mercati…).
Ma gli “sviluppatori”, dice Don Arrigo, dovrebbero ascoltare quello che pensano gli altri: forse potrebbero imparare qualcosa. Chieregatti racconta, a questo proposito, una sua esperienza in Cambogia, a Phnom Penh:
"La Cambogia è un paese praticamente dominato dai francesi: l’aeroporto di Phnom Penh è stato costruito dai francesi e la Cambogia paga un affitto. Anche sulle scuole costruite dai francesi paga l’affitto…In Cambogia stavano costruendo un nuovo ospedale insieme ai francesi. Mentre l’edificio stava per essere terminato, i cambogiani hanno iniziato ad erigere un altro edificio a 100 metri dalla struttura ospedaliera. “Cosa costruite?” gli è stato chiesto. “L’ospedale” hanno risposto. “Avete dimenticato – hanno proseguito i cambogiani – che quando una persona viene all’ospedale non viene solo, ma tutta la famiglia viene con lui. Quando deve essere svestito non deve andarci un estraneo, e quando dobbiamo preparargli da mangiare solo noi conosciamo i suoi gusti”. “E voi per assistere un malato lasciate le risaie incolte?” gli è stato chiesto. “Certo” – hanno risposto i cambogiani – saranno i vicini di casa che coltivano per noi le risaie. D’altronde quando una persona muore all’ospedale, non va lasciata morire da sola, ma ci deve essere un viso conosciuto” hanno concluso i cambogiani."
Noi cultura “progredita”, che lasciamo così spesso i nostri cari a morire nelle fredde stanze degli ospedali, senza che il medico si avvicini e lo accompagni con umanità alla morte, siamo sicuri di non avere qualcosa da imparare dai cambogiani?

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