mercoledì 5 maggio 2010

Kitchen stories


Siamo negli anni '50. In uno sperduto paesino della Norvegia giungono dalla vicina Svezia un gruppo di ricercatori incaricati dal governo del loro Paese di svolgere un'indagine sociologica. Oggetto dello studio è il comportamento delle persone nello spazio della propria cucina, i loro movimenti, le loro abitudini, i loro costumi. Forti di una analoga esperienza compiuta in Svezia, devono ora confrontarla con il comportamento di questo borgo norvegese abitato solo da uomini single.
Il regista norvegese Bent Hamer, ci dice, è partito da uno studio realmente compiuto in Svezia da studiosi appartenenti all'Istituto Svedese per la ricerca Domestica. Lo scopo era quello di ottimizzare i movimenti in cucina delle casalinghe, i cui spostamenti erano riportati in un diagramma che vediamo riprodotto anche nel film, al fine di fare in modo che le casalinghe svedesi "anziché camminare l'equivalente di un viaggio dalla Svezia al Congo avrebbero potuto camminare solo la distanza di un viaggio fino al Settentrione d'Italia".
Folke (Tomas Norstrom) è uno dei tecnici incaricati di effettuare le rilevazioni. Si installa in casa di Isak. (Joachim Calmeyer, uno dei massimi attori norvegesi), appollaiato su un seggiolone da arbitro di tennis, dall'alto del quale osserva ed annota tutti i movimenti del suo padrone di casa. Con un ritmo lento, e la quasi totale assenza di dialoghi, Hamer ci racconta degli sviluppi dei rapporti tra i due uomini, dapprima improntati alla diffidenza per poi approdare, approfondendosi la conoscenza reciproca, ad un rapporto di amicizia e calorosa solidarietà.
È una storia di solitudini, quella raccontata dal regista norvegese, fredde come la neve che circonda la stamberga di Isak. Ma il film, del quale è da lodare l'accurata ricostruzione degli ambienti, è anche una critica alla presunta infallibilità del "positivismo" che animava, ed anima, le indagini sociologiche di questo tipo. Sistema che, invece, trova proprio nell' "umanità" dell'operatore la propria fallibilità. I ruoli rischiano di invertirsi, ed è proprio quello che accade nel film, quando l'osservatore comincia a sentirsi osservato in un gioco sottile del "chi osserva chi".
Al di là del valore artistico del film, comunque ben girato e di gradevole fruizione, è interessante la riflessione epistemologica che il film propone:
è utilizzabile l’osservazione distaccata (rappresentata nel film dal seggiolone su cui siede l’osservatore Folke) di tipo etologico per conoscere l’agire umano? La risposta del film sembra essere del tutto negativa. Esiste il problema dell’interferenza dell’osservatore che viene rappresentata dal continuo sfuggire di Isak all’osservazione di Folke. Anzi, ci sarà un capovolgimento paradossale: Isak praticherà infatti un foro nel soffitto proprio sopra Folke e ne studierà il comportamento. La situazione assurda e surreale si scioglierà quando, a partire da qualche scambio di oggetti (il lancio del tabacco da pipa di Folke a Isac rimasto senza), si verrà a creare un rapporto umano sempre più stretto tra i due. Una frase emblematica di Isak offre una chiave del film: “non si può conoscere se non si comunica!”.
Insomma, è come se si affermasse la validità dell’osservazione partecipante propria dell’antropologia su quella di tipo “positivitica” da animali in laboratorio. Il freddo distacco cede il posto ad un rapporto umano tra due solitudini, fatto di empatia e di calore che porterà Folke a festeggiare il compleanno di Isak, portandogli una torta con tantissime candeline. Il cerchio si chiude quando alla morte di Isak, Folke andrà a vivere nella sua casa. È un po’ il rischio dell’antropologo che entrando nel vivo di una cultura altra, può finire per non tornare indietro.

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