giovedì 1 luglio 2010

DANDY E MODA



Sull’Espresso in edicola (1 luglio 2010), nella sezione “Società”, troviamo un articolo sulla moda maschile primavera-estate 2011, intitolato Mister Dandy. Riporto l’incipit e qualche passaggio per poterne commentare i contenuti.

La moda maschile è un Comma 22. Nel senso del paradosso. In “Catch 22”, di Joseph Heller, irrisolvibile era la contraddizione, nel regolamento militare, tra l’articolo “L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia” e l’altro che recitava “Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo”. Nella moda uomo il loop è questo: se è ad alto tasso di creatività, spesso risulta eccentrica; però quando è saggia rischia la prevedibilità. Il deja vu, peccato mortale dello stile. Non sono infinite, anzi poche le note che si possono suonare, per costruire l’armonia dell’eleganza virile. Steccare è facile: la moda maschile è un esercizio di bravura. Tanto più in tempi che nulla perdonano a nessuno. Così la primavera-estate 2011, appena presentata a Milano, si è mossa tra questi paletti. L’asticella era alta: i segnali di ripresa ci sono, ma sono timidi, e un consumatore ancora traumatizzato dagli ultimi due anni di crisi non va disorientato. Perciò si è visto un bombardamento gentile: di iniziative, idee, sollecitazioni. Per colpire la fantasia…
Se un tema c’è, è il ritorno di un dandy aggraziato (corsivo nostro). Che sembra non dar peso a nulla, in una sua appagata indolenza Così l’uomo di D&G, presentato mentre si concede un picnic vestito di quadretti Vichy, spesso in bermuda, altro capo immancabile, stampe a motivi Hawaii ed espadrillas. La sera la giacca da smoking è morbida, in colori pastello. Neodandy, perfino dannunziano, l’uomo di Etro, che si veste di stampe paisley su camicie in georgette che unisce a bermuda di seta. Il lavoro non sembra una sua preoccupazione, come accade anche da Salvatore Ferragamo: facile immaginare il suo uomo sulla Croisette, set perfetto per blazer blu, giacche a righe, leggeri sandali chic. Cavalli esaspera i toni, il suo dandy è il più dandy di tutti: lo ha immaginato durante un viaggio in Indonesia, da qui il colore e le stampe, le camicie con ricami, le sete animalier, i dettagli in pailletes. Un uomo che parte con borse da viaggio in coccodrillo e camoscio: dentro ha infilato giacche in mohair e pantofole da sera in cristalli.

Barthes in “Le dandysme et la mode” (Dandies and dandysm, United States Lines, 1962) afferma che la moda ha ucciso il dandismo generalizzandolo: “ È l’intervento di una potenza intermedia tra l’individuo assoluto e la massa totale. La moda è stata in qualche modo incaricata di fagocitare e di neutralizzare il dandismo: la società moderna l’ha costituita come una sorta di organismo di perequazione destinato a stabilire un equilibrio automatico fra l’esigenza di singolarità e il diritto di tutti a soddisfarla”.
Il primo interrogativo, quindi, è questo: è possibile parlare di dandismo, affermazione dell’originalità e della singolarità, all’interno del sistema moda, che per sua vocazione è modello riproducibile rivolto ai più, o almeno ad uno specifico segmento di mercato?
Il secondo interrogativo riguarda l’espressione “dandy aggraziato”. Si può usare l’espressione “aggraziato” nel caso del dandy, figura che nella sua storia ha prodotto scandalo, giocato con la provocazione ai limiti della regola sociale, sino alla trasgressione?
Per tentare di rispondere a questi interrogativi credo sia necessario ripercorrere brevemente la storia del dandismo. In Inghilterra, alla fine del Settecento, compare, nell'alta società londinese, un frac blu, una cravatta immacolata, inamidata, degli attillati pantaloni color crema, e degli alti stivali con risvolto; il tutto indossato dall' "arbiter elegantiae" per eccellenza: Lord Brummell, detto il Beau (il 'bello'). La sua è l'eleganza di chi interpreta se stesso, di chi "vive e dorme davanti ad uno specchio" (Baudelaire). Nella sua folgorante ascesa sociale, Brummell diventa consigliere e amico del sovrano reggente, Giorgio IV, principe di Galles. Ma il Beau, l'impertinenza elegante fatta persona, non riconosce la sovranità di nessuno, tanto meno del sovrano - aspirante dandy - che Brummell tratta malissimo, arrivando a volte a metterlo in imbarazzo in pubblico con qualche sottile battuta: “Chinarsi, Brummell, davanti al re? Non sia mai, potrebbe sgualcirsi la giubba”. Quando il reggente cerca di scimmiottare l'amico, inventando il 'gilet sbottonato', tale moda non viene seguita da nessuno, se non da cortigiani, servi, camerieri, carrettieri, insomma, dagli snob.
Fermiamoci un attimo sul termine snob che spesso viene impropriamente sovrapposto al dandismo: snob deriva dal latino sine nobilitate e significa “sprovvisto di titoli nobiliari”. Secondo Thackeray (The Book of Snobs, 1945), lo snob è colui che sentendosi inferiore materialmente, cerca di nasconderlo sotto la maschera dell’affettazione: lo caratterizza il principio dell’emulazione, dell’imitazione di un modello. Lo snob riproduce i segni esteriori della classe sociale di riferimento e con questa imitazione del modello manifesta il desiderio di appartenere a quella classe. Il dandy è il contrario dello snob. Di Lord Brummel si diceva che preferisse stupire piuttosto che piacere. Ogni sua apparizione in società doveva destare stupore, ogni sua battuta rimbalzare nelle conversazioni come un ipse dixit, ogni sua soluzione vestimentaria diffondersi come un’onda. Si ricorda una sua famosa battuta rivolta al Principe di Galles: era al parco con un amico, che si fermò per salutare il Principe; Brummel forte chiese all’amico:”Who is your fat friend?” (“Chi è quel tuo amico grasso?”). Un’insolenza simile, provocatoria, era impensabile per uno snob. Il punto centrale della differenza tra snob e dandy è che lo snob, nel suo processo di assimilazione di modelli, tende all’uniformità aggregante; il dandy accentua la separazione. Lo snob cerca il consenso, vuole essere integrato in una categoria sociale privilegiata; il dandy crea scandalo, aumenta la distanza sociale, tende all’isolamento. Lo snob parte dalla differenza e cerca l’uguaglianza; il dandy parte dall’uguaglianza per produrre differenza. Mentre lo snob è perfettamente funzionale all’interno del mondo borghese, il dandy scava l’abisso della differenza fino a precipitarvi, fino alla morte. Brummell, in esilio volontario a Parigi per fuggire dai debiti di gioco, morì pazzo, in un albergo, al termine di uno dei frequenti ricevimenti immaginari al quale aveva invitato tutta la nobiltà inglese.
Intorno alla seconda metà dell’ottocento, il dandismo è più vivo in Francia, dove il dandy diventa l'esponente di una cultura dell'apparenza e della diversità che rivela forti connessioni con i movimenti artistici e letterari dell'epoca. Baudeleire è la figura più significativa (1821-1867). Tra le sue pagine di Le peintre de la vie moderne (1863) leggiamo: “ Si facciano chiamare raffinati, incredibili, beaux, leoni o dandy, tutti provengono da una stessa origine, tutti partecipano dello stesso carattere di opposizione e di rivolta, tutti sono dei rappresentanti di ciò che vi è di meglio nell’orgoglio umano, di questo bisogno, oggi troppo raro, di combattere e distruggere la trivialità…”. Baudeleire vede nel dandy l’esemplare di una nuova aristocrazia spirituale, che si presenta sulla scena sociale non tanto con la determinazione di una specie in ascesa quanto con la fierezza di una specie in estinzione: “…l’ultimo guizzo di eroismo nella decadenza…un sole al tramonto; come l’astro che declina…superbo, senza calore e pieno di malinconia”. Il dandy si oppone al “vecchio”, rappresentato dai riti della vecchia aristocrazia nobiliare, e al “nuovo” degli ambigui valori emergenti di una società in cammino verso la democrazia.
Alla fine dell’ottocento, la figura più rappresentativa del dandismo è Oscar Wilde (1854-1900). Con lui la trasgressione dandistica diventa anche scandalo sessuale. La condanna di Wilde nel 1895 a due anni di lavori forzati per avere violato la legge penale che codificava le regole morali in materia sessuale, è una doccia ghiacciata per gli aspetti moda della sessualità atipica, sinora quasi ammessa, purché sempre nelle debite forme della “trasgressione controllata”.

Dopo questa breve e incompleta panoramica sul fenomeno dandistico, proviamo a dare risposta ai due interrogativi sorti dalla lettura dell’articolo dell’Espresso.
Come suggeriva Barthes, moda e dandismo sono due fenomeni sociali incompatibili. Nel dandy c’è la ricerca estrema dell’originalità , l’affermarsi del “maschile singolare”; nella moda si offre un modello riproducibile. Il dandy si produce come opera d’arte, che vive nella sua aura di unicità; è un fenomeno che, al tempo della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, è difficile possa rivivere. La società dei consumi consente solo l’imitazione di modelli, l’essere alla moda tramite l’adozione delle diverse proposte stagionali. La moda, da questo punto di vista, è fenomeno più snob che dandy. La moda, per buona parte della sua storia, si è caratterizzata, infatti, per quel processo di diffusione che Veblen, nella sua opera La teoria della classe agiata, definiva “trickle down effect”, effetto gocciolamento. In altri termini, la moda si è diffusa nella società “gocciolando” dall’alto verso il basso: le mode venivano lanciate dalle classi superiori, per poi venire adottate pian piano da quelle inferiori. L’emulazione però è, come abbiamo osservato, ciò che caratterizza lo snobismo: è l’illusione che portare i segni esteriori della classe superiore possa produrre la magia di una appartenenza di fatto negata. Oggi parlare di diffusione della moda per “gocciolamento” dall’alto verso il basso non ha più senso. Le parti sono spesso invertite e le mode di strada, quelle popolari (…pensiamo al caso dei Jeans) entrano nel circuito della moda, rovesciando il paradigma alto-basso. Ma al di là della direzione alto-basso, rimane il fatto che la moda è sempre riproduzione di un modello, parla al plurale mai al singolare.
Tornando ora alla domanda sul rapporto dandismo-moda, credo si possa rispondere dicendo che la moda è parente stretta dello snobismo, ma non del dandy.
Per quanto riguarda il secondo interrogativo, relativo all’espressione dandy aggraziato, credo si tratti di un vero e proprio ossimoro (più o meno come dire “ghiaccio bollente”). Usare l’espressione aggraziato, significa infatti parlare di senso della misura, di armonia dell’insieme. In effetti nell’articolo si parla proprio della giusta misura tra creatività/prevedibilità, nuovo e deja vu. Ma la ricerca del dandy vuole suscitare stupore, giocando con il limite estremo della regola, talvolta oltrepassandolo fino allo scandalo. Non c’è quel senso della misura che rimanda alla categoria del “classico”; il dandy è barocco. Va anche detto che oggi il dandy avrebbe una vita durissima: in un contesto dove tutto si colora di deja vu, infatti, stupire è l’arte più difficile, se non impraticabile! Per il dandy non c’è possibilità di grazia…

2 commenti:

  1. Grande Max; ottimo articolo; tuttavia preciserei solo che la figura del dandy (che pure mi piace) ha dei risvolti talmente individualistici che ne fanno una figura tanto provocatrice sul piano del costume quanto sottilmente reazionaria sul paino politico...
    Ste.

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  2. Si stefano dici bene...la rivoluzione del dandy si svolge sul piano estetico e del costume (o della morale se vuoi), mai sul piano politico. Non potrebbe essere diversamente forse perchè il suo narcisistico staccarsi da uno sfondo richiede la presenza di uno sfondo, la provocazione di Brummel ha senso perchè esiste il principe di Galles...

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